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Written by Alain de Benoist
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Oggi non sono più molti gli uomini di sinistra disposti ad accusare la democrazia di essere una procedura di classe inventata dalla borghesia per disarmare e addomesticare il proletariato, come sosteneva Karl Marx, né gli uomini di destra disposti a sostenere, così come facevano i controrivoluzionari, che essa si riduce alla “legge del numero” e al “regno degli incompetenti” (senza peraltro mai essere capaci di dire esattamente che cosa desidererebbero mettere al suo posto). Fatte salve le rare eccezioni, ai nostri giorni la contrapposizione non è più tra sostenitori e avversari della democrazia, ma esclusivamente tra suoi sostenitori, in nome dei diversi modi di concepirla. La democrazia non mira a determinare la verità. È soltanto il regime che fa risiedere la legittimità politica nel potere sovrano del popolo. Il che implica prima di tutto che esista un popolo. Nel senso politico del termine, un popolo si definisce come una comunità di cittadini dotati politicamente delle medesime capacità e legati da una regola comune all’interno di un determinato spazio pubblico. Fondandosi sul popolo, la democrazia è inoltre il regime che consente a tutti i cittadini di partecipare alla vita pubblica, che afferma che essi sono tutti chiamati ad occuparsi degli affari comuni. Spingiamoci un po’ oltre: essa non si limita a proclamare il potere (kratos) del pubblico, ma ha la vocazione a mettere il popolo al potere, a permettere al popolo di esercitare in prima persona il potere. |
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Written by Alain de Benoist
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“La società ha integralmente adottato, senza il minimo limite e senza il minimo contropotere, i valori femminili”: in questi termini ha espresso di recente il suo parere il pediatra Aldo Naouri. Di questa femminilizzazione sono già testimonianze il primato dell’economia sulla politica, il primato del consumo sulla produzione, il primato della discussione sulla decisione, il declino dell’autorità a profitto del “dialogo”, ma anche l’ossessione della protezione del bambino (e la sopravvalutazione della parola del bambino), la messa sulla piazza pubblica della vita privata e le confessioni intimi della “tele-realtà”, la moda dell’“umanitario” e della carità massmediale, l’accento posto costantemente sui problemi della sessualità, della procreazione e della salute, l’ossessione dell’apparire, del voler piacere e della cura di sé (ma anche l’assimilazione della seduzione maschile alla manipolazione e alla “molestia”), la femminilizzazione di talune professioni (scuola, magistratura, psicologi, operatori sociali), l’importanza dei mestieri della comunicazione e dei servizi, la diffusione delle forme rotonde nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro), la moda dell’ideologia vittimistica, la moltiplicazione delle “cellule di sostegno psicologico”, lo sviluppo del mercato dell’emotività e della compassione, la nuova concezione della giustizia che fa di essa un mezzo non per giudicare in assoluta equità ma per far pesare il dolore delle vittime (per consentire loro di “elaborare il lutto” e “ricostruirsi”), la moda dell’ecologia e delle “medicine dolci”, la generalizzazione dei valori del mercato, la deificazione della “coppia” e dei “problemi di coppia”, il gusto della “trasparenza” e della “commistione”, senza dimenticare il telefono portatile come sostituto del cordone ombelicale, la progressiva scomparsa dell’imperativo dal linguaggio corrente ed infine la stessa globalizzazione, che tende ad instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre). |
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Written by Alain de Benoist
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Un richiamo che è solo apparentemente banale: il cinema è fatto di immagini che si muovono. Movie, dicono gli inglesi per designare un film, e per una volta è proprio la parola adatta: realizzare un film vuol dire proporre una narrazione per il tramite di immagini che si muovono. Il che significa che il cinema si rivolge all’occhio e non all’orecchio. Che è un’ostensione e non solo uno spettacolo. E che la parola o la musica non ne modificano minimamente la natura. Il film parlato, in altri termini, ha certamente rappresentato un progresso tecnico rispetto al film muto, ma non ha aggiunto niente all’essenza del cinematografo. Anzi, al contrario: è nel film muto che il cinema si fa cogliere meglio in ciò che gli è più caratteristico: sottoporre all’occhio immagini che si muovono, organizzarle in maniera tale da conferire loro un senso, ordinarle per farne un’opera. Ogni film che vale solo per i suoi dialoghi vira verso il teatro filmato e non ha più a che vedere con il cinema in senso proprio. |
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Written by Alain de Benoist
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Al XX secolo sono state applicate parecchie caratterizzazioni: lo si è definito secolo dell’ingresso nell’era atomica, secolo della decolonizzazione, della liberazione sessuale, degli “estremi” (Eric Hobsbawm), della “passione del reale” (Alain Badiou), del trionfo della “metafisica della soggettività” (Heidegger), secolo della tecnoscienza, secolo della globalizzazione e via dicendo. Il XX secolo è certamente stato tutte queste cose. Ma è stato anche il secolo che ha visto l’apogeo della passione consumistica, della devastazione del pianeta e, per contraccolpo, della comparsa di una preoccupazione ecologica. Per Peter Sloterdijk, che vede la modernità caratterizzata dal “principio sovrabbondanza”, il XX secolo è stato prima di tutto il secolo dello spreco. “Mentre per la tradizione”, scrive, “lo spreco rappresentava il peccato per eccellenza contro lo spirito di sussistenza, poiché metteva in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, un profondo cambiamento di senso si è compiuto attorno allo spreco nell’era delle energie fossili: si può dire oggi che lo spreco è diventato il primo dovere civico […] Il divieto di frugalità ha preso il posto del divieto di spreco – e ciò si esprime nei costanti appelli a sostenere la domanda interna”. |
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Written by Redazione
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All'interno il sommario di Trasgressioni n. 53 Articoli di: Lucia Corsetti, Olivier Dard, Giuseppe Giaccio. [info e abbonamenti:
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Written by Redazione
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All'interno il sommario di Trasgressioni n. 52 Articoli di: Alain de Benoist, Emmanuel Mattiato, Damiano Buonaguidi [info e abbonamenti:
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Written by Alain de Benoist
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Quando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare. Si è fatto notare da molto tempo che gli abbandoni di sovranità accettati dalle nazioni non sono minimamente compensati da un rafforzamento della sovranità europea. Questa assenza di trasferimenti a un attore politico europeo sovrano è particolarmente preoccupante. Fra le nazioni e l’Europa, la sovranità sembra svanire. Malgrado i suoi 450 milioni di abitanti, l’Europa resta una non-potenza, incapace di definire in modo unitario una politica estera e di difesa che corrisponda ai suoi interessi. Associando, per dirla con Régis Debray, “una struttura economica semplice e un deserto simbolico”[i], assomiglia a quel Belgio che nel 2007 è rimasto privo di governo per mesi, in attesa di un ipotetico compromesso. L’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine lo ha detto senza giri di parole: “L’Europa non sa più chi è, né cosa vuole”.
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Written by Alain de Benoist
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Per molti economisti, una delle cause della crisi sistemica globale cui
attualmente assistiamo, dipende dal crollo del sistema di Bretton Woods
fondato sul dollaro americano come perno del sistema monetario
internazionale, e più particolarmente da ciò che l’economista cinese Xu
Xiaonian ha definito «sovraemissione di moneta della Riserva Federale».
Édouard Husson e Norman Palma ritengono, ad esempio, che la crisi sia la
conseguenza diretta dell’«esorbitante privilegio» che permette agli
Stati Uniti di «acquistare i beni e i servizi del mondo con della
semplice carta».
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Written by Alain de Benoist
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Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi
all'automobile, all'aereo, alla pillola contraccettiva, alla
televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich
Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di
fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente
possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini
politici, i moralisti, i membri dei comitati di "riflessione etica"
saranno, nei suoi confronti, sempre un po' in ritardo. Al di là del bene
così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il
possibile in necessario, e persino in ineluttabile.
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Written by Alain de Benoist
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La società globale non è mai stata tanto ricca quanto oggi. Non sarebbe quindi ragionevole che le società ricche distribuissero una parte della loro ricchezza ai loro cittadini, anche solo in una prospettiva di «investimento sociale», per assicurare una coesione sociale più che mai minacciata? Dopo la creazione dello Smic (salario minimo garantito) nel 1950, quella del RMI (reddito minimo di inserimento) nel 1988, quella del RSA (reddito di solidarietà attiva) nel 2009, è forse tempo, in un momento in cui le disuguaglianze continuano a crescere, di passare dal semplice aiuto sociale a una concezione radicalmente nuova della solidarietà economica?
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Written by redazione
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All'interno il
sommario del numero 305 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain
de Benoist, Pascal Eysseric, Patrick Haenni, Tancrède Josseran, Michel Thibault, Pascal Esseyric, Vincent Desportes, Giuseppe Ladetto, Eduardo Zarelli, Vittorio Miozzi, Giuseppe Giaccio, Marco De Troia, Michele Del Vecchio, Emilia Musumeci, Alberto Giovanni Biuso, Manuel Zanarini.
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Written by Redazione
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All'interno il
sommario del numero 304 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Pierre Bérard e Pascal Eysseric, Dominique Venner, Hervé Juvin, Jean-François Mattéi, Georges Corm, Costanzo Preve, Franco Cardini, Giuseppe Ladetto, Eduardo Zarelli.
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Written by Marco Tarchi
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Chi
ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo
occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà
dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed
intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di
Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un
evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico
che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione.
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Written by Redazione
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All'interno il
sommario del numero 303 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Roberto Zavaglia, Archimede Callaioli, Eduardo Zarelli, Franco Cardini, Giuseppe Ladetto, Giuseppe Giaccio, Carlo Nizzani, Stefano Boninsegni, Michele Del Vecchio. [informazioni e abbonamenti:
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Written by Giuseppe Giaccio
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Quando, nel 1934, pubblicò Journal d’un homme trompé, Pierre
Drieu La Rochelle aveva da poco superato la fatidica soglia degli
“anta”. Aveva, infatti, quarantuno anni, un’età in cui si può anche
provare a fare un primo, provvisorio bilancio della propria vita – una
vita che aveva, del resto, imboccato la dirittura finale: gli restavano
solo undici anni prima di “aderire, finalmente, alle cose”. In uno dei
quattro racconti compresi in questi volumetti (che fanno parte, appunto,
del Journal e che, per ragioni a noi sconosciute, non sono compresi
nell’edizione pubblicata da Sellerio nel 1992), “La donna con il cane”,
leggiamo: “A che pro conoscere una vita in più? Una vita in più o in
meno. Un aneddoto fra tanti altri”.
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Written by Redazione
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All'interno il
sommario del numero 302 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Roberto Zavaglia, Archimede Callaioli, Giuseppe Ladetto, Stefano Boninsegni, Eduardo Zarelli, Giuseppe Giaccio, Marco De Troia. [informazioni e abbonamenti:
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Written by Redazione
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All'interno l'offerta dei libri in copia unica dal numero 302 di Diorama Letterario (si accettano esclusivamente richieste contrassegno, con 3 euro di spese postali per ogni ordinazione complessiva) scarica il pdf dell'offerta Informazioni e ordini:
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Written by Marco Tarchi e Graziella Balestrieri
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Oggi più che mai, i concetti di destra e sinistra possono avere
un’utilità, per comprendere le dinamiche politiche ed esercitarvi un
influsso, solo se sono considerati categorie del tutto convenzionali,
che si prestano a definire prese di posizione su singoli temi e in
specifici momenti. [intervista rilasciata da Marco Tarchi a Graziella Balestrieri per Il Foglio Quotidiano]
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Written by Redazione
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All'interno il sommario di Trasgressioni n. 51 Articoli di: Marco Mancini, Flavio Chiapponi, Marco Tarchi [info e abbonamenti:
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Written by Redazione
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All'interno il
sommario del numero 301 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Giuseppe Giaccio, Eduardo Zarelli, Giuseppe Ladetto, Franco Cardini, Michele Del Vecchio, Stefano Di Ludovico, Marco De Troia, Alberto Giovanni Biuso. [informazioni e abbonamenti:
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Written by Redazione
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All'interno il sommario del numero 300 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Michel Marmin, François Bousquet, Karlheinz Weißmann, Günther Maschke, Bernd Rabehl [informazioni e abbonamenti:
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