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Estratto della puntata di "A noi vivi... La sbornia
elettorale" del 02/03/2013. Intervista a Marco Tarchi sui risultati delle
elezioni politiche 2013 e sugli scenari aperti dal voto. Le ultime elezioni rappresentano una scissione tra il Paese
legale e il Paese reale.
I moniti del Presidente della Repubblica non possono
arginare i dati di fatto.
La Lega Nord è viva anche se ha sofferto il suo crollo d’immagine,
si tratta ora di capire che linea politia segua Maroni: una linea propria o a rimorchio
dei successi passati. La presidenza della Lombardia può rappresentare una
opportunità, ma è anche una incognita.
Il Movimento5stelle scegliendo i candidati con le famose
"parlamentarie" non ha esercitato nessun controllo diretto sui candidati
eletti, per cui queste persone non sono socializzate da anni di comune lavoro e
non si ha la certezza che reggeranno alle lusinghe parlamentari. Per ora le prospettive sono rosee, se durerà il consenso
dipenderà non solo dal suo portavoce, ma dal comportamento della base.
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All'interno il sommario del numero 312 di Diorama Letterario. Articoli di: Alain de Benoist, Archimede Callaioli, Giuseppe Ladetto, Giuseppe Del Ninno, Giuseppe Giaccio, Stefano di Ludovico, Stefano Boninsegni, Roberto Zavaglia, Marco De Troia. Interviste: Marco Tarchi, Alain de Benoist e Myret Zaki.
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Written by Administrator
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Vicino/lontano 2012, 8° edizione. 6 maggio 2012.
A cinquecento anni di distanza dalla stesura del Principe di Niccolò
Machiavelli, il nodo dei rapporti tra etica e politica, che è al centro
del celebre trattato, è più che mai oggetto di controversie e paradossi.
Guerre “umanitarie” vengono invocate e combattute in nome
dell’aspirazione a una pace perpetua chiamata a segnare la fine della
Storia, mentre chi la contrasta si richiama alla lezione di realismo che
nel Segretario fiorentino ha avuto il suo capostipite, invitando a
smascherare i giochi di potere e di interesse celati dietro i proclami
idealistici. I diritti dell’Uomo, da taluni esaltati come nuova
frontiera di civiltà, ad altri appaiono come il fondamento di
un’ideologia imperialistica e negatrice delle differenze culturali.
Sullo sfondo di questa contesa si profilano i dilemmi essenziali della
politica del XXI secolo.
Di seguito il video dell'incontro.
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Written by Administrator
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Professor Tarchi, da dove nasce l'attuale avversione della gente
verso la politica? E' così facile passare da boccaloni a squali solo perché non
vengono più gettate monete come ami tra la folla?
Nasce dalla sensazione – non infondata – che la classe politica abbia
utilizzato il proprio ruolo per arricchirsi e costruirsi una rete di privilegi,
dimenticando le promesse fatte e i compiti che le spetterebbero.
In tempi di crisi, l’immagine della casta che ha sperperato il denaro ricavato
dal prelievo fiscale e ha condotto il paese nel baratro del debito pubblico
assicurandosi reti di protezione inaccettabili (stipendi fuori misura,
vitalizi, benefit di ogni sorta) ha fatto presa. Va detto però che è servita
anche per assolversi frettolosamente dai sospetti – anche questi non sempre
infondati – di complicità con i guasti che i politici hanno provocato.
Le reti clientelari non si costruiscono senza clienti. I corrotti sono
sollecitati dai corruttori. Il debito pubblico è stato accumulato per
finanziare servizi che hanno garantito per decenni agli italiani un tenore di
vita altrimenti insostenibili. Giocare a scaricabarile è da sempre un
passatempo nazionale…
Perché, invece, secondo Lei è necessario occuparsi di politica?
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Written by Administrator
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All'interno il sommario del numero 311 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Edoardo Zarelli, J.H. D'Avirac, Roberto Zagaglia, Jean Bonnevey, Marc Rousset, Flora Montcorbier, Alain de Benoist, Giuseppe Giaccio.
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Written by Nicoletta Tiliacos
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fonte: il foglio quotidiano 23 Ottobre 2012
Pende sul capo dei ventenni degli anni Settanta l’accusa di fallimento politico e culturale,
se non di bancarotta. Hanno avuto il potere, hanno avuto in dote i
cinque talenti della parabola, e non sono riusciti a restituire nemmeno
il capitale, si dice. E’ davvero così? Se è così, quali fattori hanno
impedito a quella generazione di trasformare le grandi speranze in
fatti?
Lo storico Marco Tarchi, sessant’anni appena compiuti e negli anni
Ottanta ideologo della “nuova destra”, dice che “le sconfitte non
equivalgono sempre e comunque a fallimenti. In economia, si può essere
costretti a ridimensionare le proprie aspettative di fronte a una
concorrenza che per capacità o dovizia di mezzi riesce a far meglio – e
dunque, di fatto, si è battuti su un terreno cruciale – ma non per
questo si parla di fallimento. Parola adoperata invece quando, per
insipienza o per il concorso di fattori infausti, l’impresa che si
guidava va a gambe levate, dilapidando capitali monetari e di fiducia.
La bancarotta e la liquidazione che ne conseguono sono ben più di un
semplice insuccesso. Si può usare lo stesso metro di distinzione in
politica? Direi di sì. La generazione di cui stiamo parlando certamente
non ha centrato tutti gli obiettivi che si prefiggeva, ma sarebbe
ingeneroso ignorare i risultati conseguiti su un piano che le stava a
cuore, quello dello sconvolgimento della mentalità corrente, del costume
diffuso. Piaccia o non piaccia, le dobbiamo molti cambiamenti nei
modelli di comportamento adottati nelle relazioni interpersonali, nella
morale sessuale, nella considerazione della dimensione religiosa, nel
rapporto psicologico con l’autorità nei campi più vari e specialmente
nell’ambito della famiglia e della scuola, e così via. Uno degli slogan
che più avevano contrassegnato quell’esperienza – il “vietato vietare” –
ha fatto molta strada nella società. Così come l’idea che si possano
rivendicare diritti senza farli corrispondere a doveri. Certo,
l’egualitarismo non si è realizzato; ma ha attecchito l’idea che sarebbe
un principio giusto. Studenti e operai non si sono uniti nella lotta e
la dittatura del proletariato è rimasta lettera morta; ma molte delle
parole d’ordine divulgate dalla sinistra estrema hanno conquistato un
alone di legittimità prima sconosciuto. Insomma, quando Fabio Mussi
accolla a sé e ai coetanei un sostanziale fallimento, dà mostra di
concedere troppo all’utopia e a una visione romantica delle dinamiche
politiche e sociali. Se si adottasse la sua prospettiva, quali
generazioni sarebbero escluse dal marchio del fallimento? Viviamo in un
paese in cui, di volta in volta, si sono denunciati e deplorati
l’incompiutezza dell’unificazione, le contraddizioni del Risorgimento,
l’“inutile strage” della Prima guerra mondiale, la vittoria mutilata,
l’inerzia di fronte al fascismo, la Resistenza tradita, il mancato
sviluppo del Mezzogiorno, il clientelismo, il familismo, la corruzione
politica e amministrativa, il bipolarismo imperfetto, le mancate riforme
di struttura, il dissesto idrogeologico e chi più ne ha più ne metta…
Chi si può salvare, in questo cahier de doléances? Ragionare per coorti
d’età non aiuta a capire a chi davvero si debbano accollare i traguardi
mancati dell’Italia”.
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Written by Marco Tarchi
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Marco Tarchi è stato intervistato da una radio Svizzera Italiana sul Movimento Cinque Stelle. Con lui si sono espressi in un interessante dibattito il politologo Svizzero Fabrizio Gilardi e il politologo tedesco Romahn Marhun. Per Marco Tarchi il movimento di Grillo rimane un esperimento populista che sta dando fastidio alla politica ufficiale al punto che quest'ultima è passata all'azione nel riversare accuse a Grillo e al suo movimento per fermarne la corsa. Il problema è che quando c'è un disumore generalizzato si cerca qualcuno che abbia caratteristiche diverse da quelle riferenti ai partiti solitamente in corsa, poi come questa avventura andrà a finire non si può dire. Ma le caratteristiche del Movimento di Grillo come la territorialità, la pluralità, la decentralizzazione ne possono fare un partito leader? E in Svizzera sarebbe possibile una esperienza politica come quella del Movimento Cinque Stelle? Questo ed altro nella intervista radiofonica a seguire.
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Written by Marco Tarchi
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23 Marzo 2012
Professor Marco Tarchi, esiste un problema di conflitto d’interesse anche per il Pd? “Molti fatti, come anche quelli emersi a Bari, dimostrano che il mondo degli affari, delle imprese, degli appalti e quello della politica sono estremamente intricati. E coinvolgono nell’insieme la classe politica perché il contesto di questi ultimi decenni ha riproposto, in maniera diversa, con continuità, la questione del riciclaggio di una parte del personale politico dirigente una volta che esso non è più nelle condizioni di far parte delle istituzioni elettive. L’occupazione partitocratica prosegue proprio all’ombra del mito della società civile”.
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Written by Alain de Benoist
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Oggi non sono più molti gli uomini di sinistra disposti ad accusare la democrazia di essere una procedura di classe inventata dalla borghesia per disarmare e addomesticare il proletariato, come sosteneva Karl Marx, né gli uomini di destra disposti a sostenere, così come facevano i controrivoluzionari, che essa si riduce alla “legge del numero” e al “regno degli incompetenti” (senza peraltro mai essere capaci di dire esattamente che cosa desidererebbero mettere al suo posto). Fatte salve le rare eccezioni, ai nostri giorni la contrapposizione non è più tra sostenitori e avversari della democrazia, ma esclusivamente tra suoi sostenitori, in nome dei diversi modi di concepirla. La democrazia non mira a determinare la verità. È soltanto il regime che fa risiedere la legittimità politica nel potere sovrano del popolo. Il che implica prima di tutto che esista un popolo. Nel senso politico del termine, un popolo si definisce come una comunità di cittadini dotati politicamente delle medesime capacità e legati da una regola comune all’interno di un determinato spazio pubblico. Fondandosi sul popolo, la democrazia è inoltre il regime che consente a tutti i cittadini di partecipare alla vita pubblica, che afferma che essi sono tutti chiamati ad occuparsi degli affari comuni. Spingiamoci un po’ oltre: essa non si limita a proclamare il potere (kratos) del pubblico, ma ha la vocazione a mettere il popolo al potere, a permettere al popolo di esercitare in prima persona il potere.
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Written by Alain de Benoist
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“La società ha integralmente adottato, senza il minimo limite e senza il minimo contropotere, i valori femminili”: in questi termini ha espresso di recente il suo parere il pediatra Aldo Naouri. Di questa femminilizzazione sono già testimonianze il primato dell’economia sulla politica, il primato del consumo sulla produzione, il primato della discussione sulla decisione, il declino dell’autorità a profitto del “dialogo”, ma anche l’ossessione della protezione del bambino (e la sopravvalutazione della parola del bambino), la messa sulla piazza pubblica della vita privata e le confessioni intimi della “tele-realtà”, la moda dell’“umanitario” e della carità massmediale, l’accento posto costantemente sui problemi della sessualità, della procreazione e della salute, l’ossessione dell’apparire, del voler piacere e della cura di sé (ma anche l’assimilazione della seduzione maschile alla manipolazione e alla “molestia”), la femminilizzazione di talune professioni (scuola, magistratura, psicologi, operatori sociali), l’importanza dei mestieri della comunicazione e dei servizi, la diffusione delle forme rotonde nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro), la moda dell’ideologia vittimistica, la moltiplicazione delle “cellule di sostegno psicologico”, lo sviluppo del mercato dell’emotività e della compassione, la nuova concezione della giustizia che fa di essa un mezzo non per giudicare in assoluta equità ma per far pesare il dolore delle vittime (per consentire loro di “elaborare il lutto” e “ricostruirsi”), la moda dell’ecologia e delle “medicine dolci”, la generalizzazione dei valori del mercato, la deificazione della “coppia” e dei “problemi di coppia”, il gusto della “trasparenza” e della “commistione”, senza dimenticare il telefono portatile come sostituto del cordone ombelicale, la progressiva scomparsa dell’imperativo dal linguaggio corrente ed infine la stessa globalizzazione, che tende ad instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre). |
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Written by Alain de Benoist
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Un richiamo che è solo apparentemente banale: il cinema è fatto di immagini che si muovono. Movie, dicono gli inglesi per designare un film, e per una volta è proprio la parola adatta: realizzare un film vuol dire proporre una narrazione per il tramite di immagini che si muovono. Il che significa che il cinema si rivolge all’occhio e non all’orecchio. Che è un’ostensione e non solo uno spettacolo. E che la parola o la musica non ne modificano minimamente la natura. Il film parlato, in altri termini, ha certamente rappresentato un progresso tecnico rispetto al film muto, ma non ha aggiunto niente all’essenza del cinematografo. Anzi, al contrario: è nel film muto che il cinema si fa cogliere meglio in ciò che gli è più caratteristico: sottoporre all’occhio immagini che si muovono, organizzarle in maniera tale da conferire loro un senso, ordinarle per farne un’opera. Ogni film che vale solo per i suoi dialoghi vira verso il teatro filmato e non ha più a che vedere con il cinema in senso proprio. |
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Written by Alain de Benoist
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Al XX secolo sono state applicate parecchie caratterizzazioni: lo si è definito secolo dell’ingresso nell’era atomica, secolo della decolonizzazione, della liberazione sessuale, degli “estremi” (Eric Hobsbawm), della “passione del reale” (Alain Badiou), del trionfo della “metafisica della soggettività” (Heidegger), secolo della tecnoscienza, secolo della globalizzazione e via dicendo. Il XX secolo è certamente stato tutte queste cose. Ma è stato anche il secolo che ha visto l’apogeo della passione consumistica, della devastazione del pianeta e, per contraccolpo, della comparsa di una preoccupazione ecologica. Per Peter Sloterdijk, che vede la modernità caratterizzata dal “principio sovrabbondanza”, il XX secolo è stato prima di tutto il secolo dello spreco. “Mentre per la tradizione”, scrive, “lo spreco rappresentava il peccato per eccellenza contro lo spirito di sussistenza, poiché metteva in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, un profondo cambiamento di senso si è compiuto attorno allo spreco nell’era delle energie fossili: si può dire oggi che lo spreco è diventato il primo dovere civico […] Il divieto di frugalità ha preso il posto del divieto di spreco – e ciò si esprime nei costanti appelli a sostenere la domanda interna”. |
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Written by Redazione
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All'interno il sommario di Trasgressioni n. 53 Articoli di: Lucia Corsetti, Olivier Dard, Giuseppe Giaccio. [info e abbonamenti:
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Written by Redazione
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All'interno il sommario di Trasgressioni n. 52 Articoli di: Alain de Benoist, Emmanuel Mattiato, Damiano Buonaguidi [info e abbonamenti:
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Written by Alain de Benoist
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Quando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare. Si è fatto notare da molto tempo che gli abbandoni di sovranità accettati dalle nazioni non sono minimamente compensati da un rafforzamento della sovranità europea. Questa assenza di trasferimenti a un attore politico europeo sovrano è particolarmente preoccupante. Fra le nazioni e l’Europa, la sovranità sembra svanire. Malgrado i suoi 450 milioni di abitanti, l’Europa resta una non-potenza, incapace di definire in modo unitario una politica estera e di difesa che corrisponda ai suoi interessi. Associando, per dirla con Régis Debray, “una struttura economica semplice e un deserto simbolico”[i], assomiglia a quel Belgio che nel 2007 è rimasto privo di governo per mesi, in attesa di un ipotetico compromesso. L’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine lo ha detto senza giri di parole: “L’Europa non sa più chi è, né cosa vuole”.
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Written by Alain de Benoist
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Per molti economisti, una delle cause della crisi sistemica globale cui
attualmente assistiamo, dipende dal crollo del sistema di Bretton Woods
fondato sul dollaro americano come perno del sistema monetario
internazionale, e più particolarmente da ciò che l’economista cinese Xu
Xiaonian ha definito «sovraemissione di moneta della Riserva Federale».
Édouard Husson e Norman Palma ritengono, ad esempio, che la crisi sia la
conseguenza diretta dell’«esorbitante privilegio» che permette agli
Stati Uniti di «acquistare i beni e i servizi del mondo con della
semplice carta».
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Written by Alain de Benoist
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Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi
all'automobile, all'aereo, alla pillola contraccettiva, alla
televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich
Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di
fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente
possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini
politici, i moralisti, i membri dei comitati di "riflessione etica"
saranno, nei suoi confronti, sempre un po' in ritardo. Al di là del bene
così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il
possibile in necessario, e persino in ineluttabile.
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Written by Alain de Benoist
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La società globale non è mai stata tanto ricca quanto oggi. Non sarebbe quindi ragionevole che le società ricche distribuissero una parte della loro ricchezza ai loro cittadini, anche solo in una prospettiva di «investimento sociale», per assicurare una coesione sociale più che mai minacciata? Dopo la creazione dello Smic (salario minimo garantito) nel 1950, quella del RMI (reddito minimo di inserimento) nel 1988, quella del RSA (reddito di solidarietà attiva) nel 2009, è forse tempo, in un momento in cui le disuguaglianze continuano a crescere, di passare dal semplice aiuto sociale a una concezione radicalmente nuova della solidarietà economica?
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Written by redazione
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All'interno il
sommario del numero 305 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain
de Benoist, Pascal Eysseric, Patrick Haenni, Tancrède Josseran, Michel Thibault, Pascal Esseyric, Vincent Desportes, Giuseppe Ladetto, Eduardo Zarelli, Vittorio Miozzi, Giuseppe Giaccio, Marco De Troia, Michele Del Vecchio, Emilia Musumeci, Alberto Giovanni Biuso, Manuel Zanarini.
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Written by Redazione
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All'interno il
sommario del numero 304 di Diorama Letterario. Articoli di: Marco Tarchi, Alain de Benoist, Pierre Bérard e Pascal Eysseric, Dominique Venner, Hervé Juvin, Jean-François Mattéi, Georges Corm, Costanzo Preve, Franco Cardini, Giuseppe Ladetto, Eduardo Zarelli.
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Written by Marco Tarchi
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Chi
ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo
occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà
dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed
intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di
Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un
evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico
che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione.
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