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Idee
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Written by Alain de Benoist
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“La società ha integralmente adottato, senza il minimo limite e senza il minimo contropotere, i valori femminili”: in questi termini ha espresso di recente il suo parere il pediatra Aldo Naouri. Di questa femminilizzazione sono già testimonianze il primato dell’economia sulla politica, il primato del consumo sulla produzione, il primato della discussione sulla decisione, il declino dell’autorità a profitto del “dialogo”, ma anche l’ossessione della protezione del bambino (e la sopravvalutazione della parola del bambino), la messa sulla piazza pubblica della vita privata e le confessioni intimi della “tele-realtà”, la moda dell’“umanitario” e della carità massmediale, l’accento posto costantemente sui problemi della sessualità, della procreazione e della salute, l’ossessione dell’apparire, del voler piacere e della cura di sé (ma anche l’assimilazione della seduzione maschile alla manipolazione e alla “molestia”), la femminilizzazione di talune professioni (scuola, magistratura, psicologi, operatori sociali), l’importanza dei mestieri della comunicazione e dei servizi, la diffusione delle forme rotonde nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro), la moda dell’ideologia vittimistica, la moltiplicazione delle “cellule di sostegno psicologico”, lo sviluppo del mercato dell’emotività e della compassione, la nuova concezione della giustizia che fa di essa un mezzo non per giudicare in assoluta equità ma per far pesare il dolore delle vittime (per consentire loro di “elaborare il lutto” e “ricostruirsi”), la moda dell’ecologia e delle “medicine dolci”, la generalizzazione dei valori del mercato, la deificazione della “coppia” e dei “problemi di coppia”, il gusto della “trasparenza” e della “commistione”, senza dimenticare il telefono portatile come sostituto del cordone ombelicale, la progressiva scomparsa dell’imperativo dal linguaggio corrente ed infine la stessa globalizzazione, che tende ad instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre). |
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Written by Alain de Benoist
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Un richiamo che è solo apparentemente banale: il cinema è fatto di immagini che si muovono. Movie, dicono gli inglesi per designare un film, e per una volta è proprio la parola adatta: realizzare un film vuol dire proporre una narrazione per il tramite di immagini che si muovono. Il che significa che il cinema si rivolge all’occhio e non all’orecchio. Che è un’ostensione e non solo uno spettacolo. E che la parola o la musica non ne modificano minimamente la natura. Il film parlato, in altri termini, ha certamente rappresentato un progresso tecnico rispetto al film muto, ma non ha aggiunto niente all’essenza del cinematografo. Anzi, al contrario: è nel film muto che il cinema si fa cogliere meglio in ciò che gli è più caratteristico: sottoporre all’occhio immagini che si muovono, organizzarle in maniera tale da conferire loro un senso, ordinarle per farne un’opera. Ogni film che vale solo per i suoi dialoghi vira verso il teatro filmato e non ha più a che vedere con il cinema in senso proprio. |
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Written by Alain de Benoist
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Al XX secolo sono state applicate parecchie caratterizzazioni: lo si è definito secolo dell’ingresso nell’era atomica, secolo della decolonizzazione, della liberazione sessuale, degli “estremi” (Eric Hobsbawm), della “passione del reale” (Alain Badiou), del trionfo della “metafisica della soggettività” (Heidegger), secolo della tecnoscienza, secolo della globalizzazione e via dicendo. Il XX secolo è certamente stato tutte queste cose. Ma è stato anche il secolo che ha visto l’apogeo della passione consumistica, della devastazione del pianeta e, per contraccolpo, della comparsa di una preoccupazione ecologica. Per Peter Sloterdijk, che vede la modernità caratterizzata dal “principio sovrabbondanza”, il XX secolo è stato prima di tutto il secolo dello spreco. “Mentre per la tradizione”, scrive, “lo spreco rappresentava il peccato per eccellenza contro lo spirito di sussistenza, poiché metteva in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, un profondo cambiamento di senso si è compiuto attorno allo spreco nell’era delle energie fossili: si può dire oggi che lo spreco è diventato il primo dovere civico […] Il divieto di frugalità ha preso il posto del divieto di spreco – e ciò si esprime nei costanti appelli a sostenere la domanda interna”. |
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Written by Alain de Benoist
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Quando si parla oggi dell’Europa, i termini che si incontrano più spesso sono impotenza, paralisi, deficit democratico, opacità, architettura istituzionale incomprensibile. L’incapacità dell’Europa di impedire la guerra nell’ex Jugoslavia, che alla fine è sfociata nello spettacolo umiliante dei primi bombardamenti americani su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale è stata un’illustrazione esemplare di questa situazione. Per decenni, la costruzione europea era stata presentata come una soluzione; adesso è diventata un problema che nessuno sa più risolvere. Ieri offriva ragioni per sperare; oggi fa paura. Ci se ne aspettava un più, ora se ne teme un meno. Il progetto europeo non si accompagna ad alcuna precisa finalità. Non ha né contorni geografici né forme politiche ben caratterizzate. Manifesta un’incertezza esistenziale tanto strategica quanto identitaria, che i “sovranisti” e gli euroscettici hanno buon gioco nello sfruttare. Si è fatto notare da molto tempo che gli abbandoni di sovranità accettati dalle nazioni non sono minimamente compensati da un rafforzamento della sovranità europea. Questa assenza di trasferimenti a un attore politico europeo sovrano è particolarmente preoccupante. Fra le nazioni e l’Europa, la sovranità sembra svanire. Malgrado i suoi 450 milioni di abitanti, l’Europa resta una non-potenza, incapace di definire in modo unitario una politica estera e di difesa che corrisponda ai suoi interessi. Associando, per dirla con Régis Debray, “una struttura economica semplice e un deserto simbolico”[i], assomiglia a quel Belgio che nel 2007 è rimasto privo di governo per mesi, in attesa di un ipotetico compromesso. L’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine lo ha detto senza giri di parole: “L’Europa non sa più chi è, né cosa vuole”.
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Written by Alain de Benoist
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Per molti economisti, una delle cause della crisi sistemica globale cui
attualmente assistiamo, dipende dal crollo del sistema di Bretton Woods
fondato sul dollaro americano come perno del sistema monetario
internazionale, e più particolarmente da ciò che l’economista cinese Xu
Xiaonian ha definito «sovraemissione di moneta della Riserva Federale».
Édouard Husson e Norman Palma ritengono, ad esempio, che la crisi sia la
conseguenza diretta dell’«esorbitante privilegio» che permette agli
Stati Uniti di «acquistare i beni e i servizi del mondo con della
semplice carta».
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Written by Alain de Benoist
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Nessun regime politico ha cambiato la vita degli uomini tanto quanto le grandi innovazioni tecnologiche.
Si pensi
all'automobile, all'aereo, alla pillola contraccettiva, alla
televisione. Il principio fondamentale della tecnica, diceva Friedrich
Georg Junger (il fratello di Ernst Junger), è il principio di
fattibilità: nel momento stesso in cui qualcosa è tecnicamente
possibile, quel qualcosa sarà realizzato, lo si voglia o no. Gli uomini
politici, i moralisti, i membri dei comitati di "riflessione etica"
saranno, nei suoi confronti, sempre un po' in ritardo. Al di là del bene
così come del male, la tecnica si impone da sé, trasformando il
possibile in necessario, e persino in ineluttabile.
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Written by Alain de Benoist
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La società globale non è mai stata tanto ricca quanto oggi. Non sarebbe quindi ragionevole che le società ricche distribuissero una parte della loro ricchezza ai loro cittadini, anche solo in una prospettiva di «investimento sociale», per assicurare una coesione sociale più che mai minacciata? Dopo la creazione dello Smic (salario minimo garantito) nel 1950, quella del RMI (reddito minimo di inserimento) nel 1988, quella del RSA (reddito di solidarietà attiva) nel 2009, è forse tempo, in un momento in cui le disuguaglianze continuano a crescere, di passare dal semplice aiuto sociale a una concezione radicalmente nuova della solidarietà economica?
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Written by Marco Tarchi
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Chi
ha più di trentacinque anni, e ha speso una quota del proprio tempo
occupandosi del mondo che gli ruota intorno, difficilmente avrà
dimenticato il clima che si diffuse negli ambienti politici ed
intellettuali nei giorni e nei mesi che seguirono la caduta del muro di
Berlino. Quella data dell’ottobre 1989 parve universalmente segnare un
evento fatidico, un punto di svolta, e il crollo dell’impero sovietico
che di lì a poco ne seguì non fece che confermare la prima impressione.
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Written by Giuseppe Giaccio
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Quando, nel 1934, pubblicò Journal d’un homme trompé, Pierre
Drieu La Rochelle aveva da poco superato la fatidica soglia degli
“anta”. Aveva, infatti, quarantuno anni, un’età in cui si può anche
provare a fare un primo, provvisorio bilancio della propria vita – una
vita che aveva, del resto, imboccato la dirittura finale: gli restavano
solo undici anni prima di “aderire, finalmente, alle cose”. In uno dei
quattro racconti compresi in questi volumetti (che fanno parte, appunto,
del Journal e che, per ragioni a noi sconosciute, non sono compresi
nell’edizione pubblicata da Sellerio nel 1992), “La donna con il cane”,
leggiamo: “A che pro conoscere una vita in più? Una vita in più o in
meno. Un aneddoto fra tanti altri”.
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Written by Marco Tarchi e Graziella Balestrieri
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Oggi più che mai, i concetti di destra e sinistra possono avere
un’utilità, per comprendere le dinamiche politiche ed esercitarvi un
influsso, solo se sono considerati categorie del tutto convenzionali,
che si prestano a definire prese di posizione su singoli temi e in
specifici momenti. [intervista rilasciata da Marco Tarchi a Graziella Balestrieri per Il Foglio Quotidiano]
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Written by Franco Cardini
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È
dunque già finita la troppo breve stagione dell’Idillio tra Gianfranco
Fini e la sinistra? E si sono già esaurite le stesse speranze degli
italiani di buona volontà (non solo di destra…), i quali hanno per
qualche settimana avuto l’impressione che una ventata di rinnovamento
potesse sul serio nascere da colui ch’era stato – dopo Tatarella – il
più politico tra i complici di Berlusconi, mentre gli altri erano una
banda di gangsters, di bandoleros, di maneggioni, di puttanieri, di
dipendenti aziendali, di politicastri di eterogenea origine, di
professorucoli montati e mantenuti a colpi di università private, di
“segnorine” e di ballerini di fila convinte di aver la stoffa della
Madame De Pompadour? “Mi vergogno di aver collaborato con lui”; “Mi
pento di aver fuso il mio partito col suo”: si può dire e pensare quel
che si vuole, ma frasi come quelle erano inequivocabili e irreversibili.
Fini le ha pronunziate. Suonavano coraggio, umiltà, chiarezza. Ci
avevano illusi.
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Written by Alain de Benoist
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Cornelius
Castoriadis soleva dire che viviamo in una «epoca di acque basse».
L'espressione era ben trovata. L'Europa oggi sembra non avere alcun
contenuto sostanziale. Non mira a nessun progetto comune, non vuol più
avere nessun ruolo storico. Addirittura, nessuno è d'accordo
nell'individuare ciò che la potrebbe definire. L'Europa si trasforma
lentamente in un vasto caravanserraglio, senza storia, senza memoria e
senza frontiere. Costituisce una sorta di massa inerte, ma agitata da
tutte le parti. Vi si esiste senza viverci. Vi ci si muove
incessantemente, ma per non andare da nessuna parte. Vi si osservano
mille forme, che però non hanno contorni. Vi abbondano i poteri, ma non
ha potenza. Tutti pretendono di essere differenti, ma l'indistinzione è
la regola.
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Written by Redazione
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All'interno,
l'audio dell'intervento che Marco Tarchi ha tenuto l'11 novembre a "Tutta la città ne parla", trasmissione radiofonica di Radio3.
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Written by Redazione
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All'interno, l'audio dell'intervento che Marco Tarchi ha tenuto il 21 dicembre 2009 alla scuola di formazione dei Giovani Democratici, sul tema del populismo in Italia.
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Written by Marco Tarchi
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Partiamo dal fatto che la scomparsa
di Alleanza nazionale ha segnato, sia pur in linea con l’evoluzione
progressiva del Msi, la fine di almeno due delle ambizioni che dal
fascismo – o quantomeno dalle sue correnti movimentistiche – si erano
trasmesse inizialmente ai suoi epigoni: la pretesa/promessa di superare
la contrapposizione tra sinistra e destra, estraendo da ciascuno dei due
campi le istanze ritenute migliori e fondendole in una nuova sintesi, e
quella di incarnare un modo nuovo di rapportarsi alla politica,
rifiutando le forme cristallizzate della democrazia partitocratica. Sul
primo di questi due versanti, non c’è alcuna vena polemica nella
constatazione che, nel Msi prima e in An poi, il fascismo ha completato
quel processo di resa alla destra che già aveva attraversato varie fasi
in epoca di dittatura.
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Written by Giovanni Tassani
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Quella che venne chiamata «Nuova
destra»(Nd), nasce, dopo il ’68 e attorno al ’77, con caratteristiche
proprie all’interno di una famiglia politica marginalizzata e
criminalizzata nella lotta per bande degli anni di piombo: il
neofascismo italiano. Un Msi ridotto per anni in un ghetto, ma anche
immobilizzatosi da se stesso a difesa nostalgica di un improbabile
fascismo. Il Msi era stato alle origini esso stesso un fenomeno
generazionale, composto in gran parte da giovanissimi più radicali dei
loro padri. A loro volta i giovani del Msi anni Settanta mantenevano un
radicalismo che non poteva seguire le mosse di quei parlamentari che, in
opposizione al segretario Almirante, vollero sperimentare una destra
sistemica e non più nostalgica con Democrazia nazionale. Quella
scissione, riuscita ai vertici, fallì alla base, a riprova che
l’elettorato missino credeva ancora al mito di un «fascismo per l’anno
Duemila».
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