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La destra che scelse la non violenza |
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La Roccia di Erec -
Idee
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La «Nuova destra», di cui il principale esponente, Marco Tarchi, ripropone dopo trent’anni questo testo «di fondazione» (La rivoluzione impossibile. Dai campi hobbit alla nuova destra, Vallecchi, pp. 480, euro 18), è stata forse l’ultimo esempio di cultura giovanile relativamente autonoma, autocentrata, in Italia. Una «unità di generazione » per usare le categorie di Karl Mannheim. Le generazioni sono come onde che increspano il paesaggio marino in certe circostanze, più o meno burrascose. Oggi tra i giovani non si distingue una generazione con caratteristiche proprie: in una situazione, critica e non rassicurante, di apparente bonaccia. Se il ’68 è stato l’epicentro di un’intera generazione che si è riconosciuta in momenti e con stili diversi dalla California al Giappone, passando per la vecchia Europa di qua e di là dal muro, i fenomeni giovanili successivi a quella data sono tutti apparsi più ristretti, dal ’77 al ribellismo no-global. Quella che venne chiamata «Nuova destra»(Nd), nasce, dopo il ’68 e attorno al ’77, con caratteristiche proprie all’interno di una famiglia politica marginalizzata e criminalizzata nella lotta per bande degli anni di piombo: il neofascismo italiano. Un Msi ridotto per anni in un ghetto, ma anche immobilizzatosi da se stesso a difesa nostalgica di un improbabile fascismo. Il Msi era stato alle origini esso stesso un fenomeno generazionale, composto in gran parte da giovanissimi più radicali dei loro padri. A loro volta i giovani del Msi anni Settanta mantenevano un radicalismo che non poteva seguire le mosse di quei parlamentari che, in opposizione al segretario Almirante, vollero sperimentare una destra sistemica e non più nostalgica con Democrazia nazionale. Quella scissione, riuscita ai vertici, fallì alla base, a riprova che l’elettorato missino credeva ancora al mito di un «fascismo per l’anno Duemila». Se si voleva superare il «tunnel del neo-fascismo», come stabilirono i giovani della Nd in formazione, occorreva adottare un linguaggio innovativo e adatto a tempi e costumi della propria generazione. Ed uscire contemporaneamente da un altro cerchio magico che tratteneva dal bagno storico nel proprio tempo: l’influsso gnostico di Evola. Il linguaggio, finto polemologico, in realtà ironico e dissacrante, fu trovato col giornaletto «La Voce della Fogna», dal dicembre 1974 (in risposta e sfida al motto goscista: «Fascisti, carogne, tornate nelle fogne!»), in cui simpatici ratti per tutta risposta invadevano la città, contaminando luoghi e abitudini quotidiane. Cui seguì l’originale scelta d’una mitopoietica innovativa, con l’adozione dell’universo fiabesco dei personaggi del Signore degli Anelli di Tolkien, impersonificando il proprio mondo in quello del piccolo e pacifico popolo degli Hobbit. Tarchi non solo ripropone un testo, Hobbit/Hobbit, uscito nell’82 a seguito del terzo Campo Hobbit, a Castel Camponeschi, in Abruzzo, ma vi costruisce sopra un ragionamento dopo aver raccolto commenti e polemiche d’epoca che aiutano oggi a meglio capire l’apertura non condizionata di un mondo giovanile che da destra sceglieva, fatto inaudito, cultura e non violenza, fumetti e musica, autoironia e voglia di confronto. La Nd è vissuta vent’anni, più o meno tra ’74 e ’94: poi tutto è cambiato in Italia. Tarchi, oggi politologo al Cesare Alfieri a Firenze, tiene a sottolineare la differenza tra quella Nuova destra, che voleva dopo il tunnel del neofascismo oltrepassare la stessa categoria politica di destra, compiendo nuove sintesi e contaminazioni, e l’odierna Destra nuova cui, nel nuovo sistema bipolare, si sono a suo avviso adattati molti dei suoi amici di quei tempi giovanili, attorno a leader che quel travaglio hanno ignorato quando non direttamente contrastato.
[tratto da Avvenire del 14 aprile 2010]
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