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La recente attualità porta a chiedersi che cosa
determini le scelte elettorali. In passato, è stato possibile
identificare taluni fattori suscettibili di orientare il voto, come
l'ambiente sociale, le convinzioni religiose, la struttura familiare o
il tipo di habitat Si è inoltre scritto molto sull'"identificazione di
partito>,, la quale funziona come uno schermo percettivo, che filtra
la visione del mondo di elettori tanto più disposti a votare per un
partito quanto più fortemente si identificano in esso (negli Stati Uniti
vi è l'esempio dei "repubblicani>, e dei "democratici>,). Questi
modelli deterministici sono stati progressivamente rimessi in
discussione a partire dagli anni Settanta, soprattutto dai sostenitori
dell'analisi economica della vita politica. Secondo questi ultimi,
l'elettore si definisce come un attore razionale che cerca di
massimizzare di volta in volta la propria utilità individuale e che
opera sul "mercato politico,> una scelta strategica paragonabile a
quella di un consumatore che desidera acquistare un prodotto in un
negozio. E il paradigma utilitarista dell'homo oeconomicus. Questa
ipotesi di coerenza in realtà non e sostenibile, per la semplice ragione
che le motivazioni di voto non scaturiscono praticamente mai dalla
previsione razionale e che la vita democratica mette sempre in gioco
qualcosa di più degli interessi particolari. La democrazia Implica
infatti procedure di cooperazione, le quali presuppongono la capacità
dei cittadini di obbligarsi vicendevolmente, di legarsi gli uni agli
altri. Queste prassi di solidarietà non si riducono né all'imposizione
di una costrizione legale (logica dello Stato), né alla messa in opera
di incentivazioni selettive (logica del mercato). Esse discendono dalla
natura stessa dell'uomo, che è un essere sociale. A
che punto stanno le cose oggi? In primo luogo, siamo passati da una
democrazia del confronto, nella quale l'esercizio della politica si
organizzava attorno alla competizione tra partiti e progetti, a una
democrazia dell'imputazione in cui, a causa dell'avvicinarsi dei
programmi, vengono giudicate prima di tutto delle persone, e il giudizio
si svolge sotto l'influenza dei media, in base a criteri che sono
sempre meno politici. Si passa così da un regime politico della
responsabilità a un regime individuale della responsabilità,,, ha
scritto Pierre Rosanvallon. Nel contempo si assiste alla decomposizione
del tessuto sociale e alla disintegrazione dei grandi corpi intermedi
che sino a ieri producevano élites radicate, che rappresentavano una
pluralità di ambiti sociali, a profitto di élites politico-massmediali
sempre più unificate, centralizzate e separate dal popolo. Del resto, contrariamente a quanto accade negli Stati
Uniti, in Francia la democrazia non è mai stata basata sul confronto
degli interessi o sulla negoziazione delle domande e dei bisogni, bensì
su una rappresentanza più o meno obiettiva del concetto di interesse
generale, il che spiega il ruolo assunto dallo Stato (in quanto modello
del "governo razionale) rispetto alla società civile. Il concetto di
interesse generale oggi si sta però frantumando, a causa del massiccio
emergere di una preoccupazione di identità nella vita politica e
sociale. Questo fenomeno va di pari passo con la ripulsa dei cleavages
che in precedenza strutturavano il paesaggio politico, in particolare la
frattura di classe. Ormai si vota sempre più in funzione di
un'appartenenza che un tempo era considerata ininfluente sulla
definizione della cittadinanza: l'identità sessuale, comunitaria o
etnica, la simpatia per i cacciatori o per l'ecologia, diventano
politicamente significative. Il voto esprime allora innanzitutto un
desiderio di "autenticità", di valorizzazione delle differenze e di
riconoscimento di singolarità vissute come immodificabili, in relazione
ad una certa idea di "autorealizzazione". Non si tratta di un
"pluralismo" nel senso classico del termine, vale a dire della ricerca
di un equilibrio fra gli interessi dei gruppi che emergono
spontaneamente dalla società, difesi principalmente in termini di
diritti individuali; anzi, ogni idea o prassi che implichi una forma di
unità astratta viene rigettata. Questa messa in disparte dei
tradizionali punti di frattura esprime piuttosto, prima di tutto, la
cancellazione del concetto di una identità comune a tutti i cittadini,
poi una profonda incertezza su ciò che può e deve organizzare lo spazio
pubblico, con il grande rischio che il cittadino venga espropriato di
ogni capacità di influenza sulle grandi scelte collettive globali. Sul
versante positivo, in compenso, questa evoluzione mostra un ritorno in
forze dei valori a danno degli interessi. La differenza tra le due
categorie è nota: gli interessi sono negoziabili, i valori no. L'ascesa
di valori che legittimano la differenza trasforma oggi in profondità sia
la vita sociale che le prassi politiche. L'antagonismo
sinistra-destra si è a lungo ancorato ad un antagonismo sociale (gli
"operai" contro i "borghesi"). Oggi ciò è sempre meno vero. In Francia,
quella che un tempo veniva chiamata bipolarizzazione tende a lasciare il
posto al "voto frammentato". La dicotomia destra-sinistra è meno
marcata (circa un terzo dell'elettorato le sfugge), l'adesione ai
movimenti e ai progetti "di governo" è meno forte, il voto si fa
evanescente. Il principale spartiacque non si colloca più tra categorie
sociali che hanno interessi opposti ma tra i cittadini e le élites (la
Nuova Classe) incarnate dagli stati maggiori dei partiti, dai
proprietari dei mezzi di informazione e dai pubblici poteri. Ciò spiega
il fatto che la Francia è oggi governata da maggioranze che
rappresentano appena un quinto del corpo elettorale. Sfortunatamente,
nessun partito sembra disposto a trarne un insegnamento. [tratto da Diorama Letterario 214]
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