DIORAMA

Mensile di attualità culturali e metapolitiche

diretto da Marco Tarchi


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Viktor Orbn

C’è un uomo politico, in Europa, con il quale avere anche un minimo contatto produce una contaminazione etica, che bisogna tenere a distanza e condannare ogniqualvolta se ne presenti l’occasione per poter accedere al club delle persone rispettabili. Quest’uomo terribile risponde al nome di Viktor Mihaly Orbán.

C’è un uomo politico, in Europa, con il quale avere anche un minimo contatto produce una contaminazione etica, che bisogna tenere a distanza e condannare ogniqualvolta se ne presenti l’occasione per poter accedere al club delle persone rispettabili. Quest’uomo terribile risponde al nome di Viktor Mihaly Orbán ed è da molti anni, nonostante la sua natura luciferina, il capo del governo dell’Ungheria, puntualmente rieletto con una quantità di consensi inimmaginabile per qualsiasi altro leader continentale. Anche nel corso dell’ultima campagna elettorale si sono sprecate le accuse verso Giorgia Meloni di essere amica del diavolo ungherese e quindi unfit per governare, come si usa dire negli anglofoni salotti buoni della politica. Naturalmente, la demonizzazione per mezzo di Orbán è aumentata di intensità dopo che si è dovuto constatare che la rituale scomunica antifascista, nel 2022 e in macroscopica assenza di tracce di fascismo, incominciava a diventare risibile. Bene, si è risposto, tu Giorgia non sarai magari proprio l’erede del Duce, te lo possiamo a mezza bocca concedere, ma non puoi negare di essere in sintonia con il truce ungherese che è il capo dell’internazionale sovranista, calpesta i diritti civili dei suoi concittadini, ha messo sotto controllo la magistratura, è amico di Putin ed è un nemico dell’Europa di Bruxelles.
Qual è dunque la grande colpa che ha reso il Primo ministro di Budapest, agli occhi della grande stampa, del mondo intellettuale e di buona parte di quello politico, il peggiore dei reietti, l’infrequentabile per antonomasia? E’ un peccato terribile, facile da individuare : Orbán non è liberale e non fa nulla per nasconderlo, anzi lo proclama a voce alta. Come per esempio fece, in un discorso del 1918 che è rimasto famoso in patria, a Basile Tusnad, in Romania, rivolgendosi a un gruppo di rappresentanti della locale minoranza ungherese. In quell’occasione il capo del partito Fidesz formulò chiaramente alcuni dei principi basilari della sua "ideologia", sostenendo che l’Europa centro-orientale deve elaborare una visione alternativa al liberalismo occidentale, che conservi e protegga il retaggio cristiano in opposizione al multiculturalismo e alla ideologia del gender. In questa ottica, i valori comunitari devono costituire un argine contro l’individualismo liberale, la salvaguardia dell’identità nazionale e dell’importanza della famiglia come nucleo primario della società inoltre sono finalizzati a concorrere alla formazione di una "democrazia cristiana", ovvero una democrazia illiberale. Beninteso, Orbán dà all’attributo illiberale una valenza positiva, che non significa privazione delle libertà civili, ma prevalenza delle ragioni comunitarie rispetto alle istanze individuali.
Il leader ungherese non l’ha sempre pensata in questa maniera: durante la prima adolescenza si riteneva un buon comunista per poi divenire un fiero oppositore di quel regime fino a pronunciare, il 16 giugno 1989, in Piazza degli Eroi a Budapest, durante i funerali postumi di Imre Nagy, un infiammato e coraggioso discorso in cui chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria e l’indizione di libere elezioni. La sua condanna del comunismo, al tempo, era ispirata a una visione politica liberale, come sostanzialmente di impronta liberale fu la sua prima esperienza di capo del governo tra il 1998 e il 2002. Nel 1999 l’Ungheria entra nella Nato e appoggia poi le guerre statunitensi in Afghanistan come in Iraq. E’ sul piano economico che Orbán raccoglie i primi considerevoli risultati con ingenti liberalizzazioni e privatizzazioni, ma opponendosi alle imperanti dottrine di austerità e rigore che altrove creano recessione: il Pil dell’Ungheria cresce mentre il debito pubblico diminuisce.
Orbán viene poi sconfitto, da una coalizione con a capo i socialisti, che in Ungheria sono accanitamente liberisti, nelle successive elezioni del 2002 e del 2006, ma non risulta che abbia scatenato rivolte di piazza o ordito golpe per sovvertire il verdetto delle urne, come farebbe immaginare la definizione di autocrate che gli è stata affibbiata dalla Commissione europea quando, lo scorso settembre, ha sanzionato l’Ungheria, congelando 7,5 miliardi di fondi ad essa destinati a causa "della corruzione causata dalla deboli istituzioni democratiche". Semplicemente, Orbán è rimasto all’opposizione per poi tornare al governo con le elezioni del 2010 e, da quel momento, vincere ampiamente tutte le successive tornate elettorali fino a quelle di quest’anno in cui si è affermato con un clamoroso 53% contro una coalizione che comprendeva tutti gli altri partiti, dai socialisti alla consistente estrema destra di Jobbik riciclatasi per l’occasione in una veste moderata più presentabile. Il consenso di Orbán, sconosciuto ai leader europei che tanto lo esecrano, è massiccio e ha radici profonde che non si lasciano strappare dalla propaganda occidentale che lo dipinge come una specie di nemico dell’umanità.
Non c’è dubbio che una parte della popolarità del capo del governo ungherese derivi dai suoi successi in campo economico. Dal 2013 al 2019 il Pil ungherese è salito in media annua del 3,8% per poi crescere al 5,1 nel 2020 e al 7,1 l’anno successivo, mentre per 2022 le stime si attestano attorno a un incremento del 4,1, con una disoccupazione che rimane bassa. Un dato molto significativo, in un’Europa con salari stagnanti o addirittura in decrescita, è che la retribuzione media lorda nel 2021 è cresciuta del 8,7% con una previsione di un ulteriore incremento nel corso di quest’anno. E il tutto con un debito pubblico che l’anno scorso era al 76,8%. Cifre che i governi dei competenti e dei migliori con tutta la loro albagia tecnocratica possono solo sognare. Pensate un po’ se i cittadini europei minacciati da una povertà crescente, al posto della solita tiritera sul cattivo sovranista, potessero conoscere dalla stampa questi dati come cambierebbe il loro giudizio su leader ungherese…
Dal suo secondo governo in poi, da quando ha abbandonato le politiche liberiste, Orbán ha molto rafforzato il settore pubblico, ha nazionalizzato i fondi pensionistici, ha imposto una tassa sui profitti troppo elevati nel settore bancario, in quello delle telecomunicazioni e in quello alimentare. Le imposte sul reddito sono state ridotte addirittura di due terzi, con il ricorso alla flat tax, spostando il peso impositivo sulla tassazione indiretta con l’Iva che ha raggiunto il 27%. Il governo ungherese aveva già provveduto ripagare in anticipo il prestito con il Fondo monetario internazionale, evitando di cadere nella spirale debito-austerità-recessione. I mutui contratti dai cittadini in valuta estera, divenuti troppo cari per la discesa del valore della moneta locale, sono stati riconvertiti in fiorini, con l’immaginabile scarsa soddisfazione dei grandi enti di credito stranieri.
C’è però una riforma fondamentale che ha caratterizzato la svolta antiliberale e antiliberista della politica di Orbán: il governo ungherese ha di fatto tolto l’assoluta e indiscriminata indipendenza alla Banca centrale, riportandola sotto il controllo del Parlamento con una maggioranza di membri del Consiglio della banca stessa che adesso sono di nomina politica. Il nuovo governatore della Banca Centrale nominato nel 2013 dal governo, nel suo discorso di insediamento annunciò una svolta "coraggiosa" e "non ortodossa" di stimolo all’economia aggiungendo che "la Banca centrale può supportare la politica del governo a raggiungere gli obiettivi di crescita e occupazione senza compromettere i prezzi e la stabilità finanziaria". Rendiamoci conto di quale svolta clamorosa, per l’ortodossia liberale e liberista, costituisca il fatto che il governatore della Banca centrale stabilisca che i suoi compiti sono soprattutto quelli di tutelare il lavoro e il benessere dei suoi concittadini e non solo la stabilità dei prezzi, disinteressandosi dei diktat della finanza internazionale. Si tratta di una riforma dove il ripristino della sovranità democratica si scontra con l’ideologia liberale, dimostrando, una volta di più, che liberalismo e democrazia non sono affatto dei sinonimi, ma sono spesso in contrapposizione.
Ovviamente, un tale provvedimento scatenò la rivolta di tutto il mondo finanziario, a partire da Draghi che ribadì il sacro crisma dell’assoluta indipendenza delle banche centrali e condannò "le politiche di bilancio irresponsabili dei governi" facendo riferimento a quello ungherese. Un provvedimento in controtendenza alle tanti misure di protezione sociale intraprese da Orbán, da quelle in campo sanitario a quelle per l’abbassamento dei costi per l’istruzione, è invece la legge del 2018 sugli straordinari che obbligava i dipendenti a svolgere fino a 400 ore di lavoro extraorario all’anno. La legge è poi stata bocciata dalla Corte costituzionale, a dimostrazione che gli organi indipendenti di garanzia in Ungheria non sono poi in quello stato comatoso che viene dipinto nella stampa occidentale.
Come si capisce, non c’è molto da stupirsi che Orbán sia odiato e denigrato da tutti gli ambienti liberali, sia nelle sfumature di destra che di sinistra. Anche la politica del capo ungherese riguardo alla famiglia non può piacere a quel mondo. I suoi governi, infatti, hanno promosso, in questa era di inverno demografico in Occidente, una politica favorevole alla natalità. L’Ungheria, primo fra tutti i paesi Ocse, spende il 5% del Pil per il sostegno alla famiglia: le coppie sposate che hanno un terzo figlio ricevono, per esempio, una somma di 31mila euri oltre a una cifra più o meno uguale per i costi di un eventuale mutuo immobiliare. Sono stati anche stanziati un bonus nascita pari a più del doppio della pensione minima e un assegno per l’accudimento del bambino nei suoi primi sei mesi di vita equivalente al 70% dello stipendio della madre o del padre. Il congedo di maternità, inoltre, può essere esteso fino a 3 anni.
Sicuramente, Orbán si è negli anni dimostrato ostile alle teorie gender e non certo favorevole alle istanze Lgbt, anche se gli omosessuali in Ungheria non sembra subiscano particolari discriminazioni. C’è la possibilità che l’enfasi posta sulla famiglia tradizionale, insieme alla critica verso alcuni atteggiamenti pubblici delle minoranze sessuali, finisca per creare un clima di intolleranza nei confronti dei "diversi". Se così fosse, andrebbe verificato e denunciato analizzando casi concreti e non in astratto, perché non bisogna confondere il giusto rispetto verso tutte le identità personali con l’adesione all’ideologia di genere, che è ben altra cosa e può più che lecitamente essere osteggiata.
Prima di volgere lo sguardo alla politica estera Orbániana, si deve considerare la peculiare situazione storica dell’Ungheria che soffre ancora il trauma del Trianon, ovvero del trattato che regolò, alla fine della Prima guerra mondiale, le questioni territoriali di quel Paese uscito sconfitto dal conflitto e risultò assai punitivo nei suoi confronti, mutilandolo, a vantaggio dei suoi vicini, di quasi due terzi del territorio che storicamente gli appartenevano. Un sondaggio dell’Accademia ungherese delle Scienze, svolto nel 2020, ha accertato che l’85% dei cittadini crede che quel trattato sia stata la più grande tragedia della storia magiara, mentre il 95% lo ritiene "ingiusto ed eccessivo". Da qui la grande attenzione dedicata da Orbán alle minoranze ungheresi nei paesi vicini che è, tra l’altro, sfociata nella legge che regola il loro status con la quale Budapest gli garantisce tutele per la salute e il lavoro oltre al diritto di voto. Questo provvedimento ha suscitato proteste da parte dei governi di Romania, Slovacchia, Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia e Ucraina, i Paesi dove ci sono consistenti comunità magiare, che l’hanno ritenuto un’ingerenza nella loro sfera di sovranità.
La questione di una peculiare identità ungherese, distinta da quella dell’Europa occidentale, sta a cuore al governo che, nella scuola come nelle altre istituzioni culturali, ha stimolato un dibattitto sulle radici magiare che ha portato anche alla rivalutazione dei legami etnici con la Turchia attraverso l’ingresso di Budapest nel sovranazionale Consiglio turco. Si è tornati a parlare anche di turanismo, quella scuola di pensiero sorta nella seconda metà dell’Ottocento, sulla scia delle ricerche linguistiche di epoca romantica, che proclama la comune identità originaria dei popoli uralo-altaici ai quali apparterrebbero, insieme agli ungheresi, i turchi e le genti a loro affini caucasiche e centroasiatiche, i finnici e, secondo alcuni, perfino i manciuriani, i coreani e i giapponesi.
Pure la creazione del gruppo di Visegrad con Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia rappresenta il tentativo di proporre, all’interno dell’Ue, una specifico modello centroeuropeo ispirato, in qualche modo, a principi conservatori. Attualmente, il diverso atteggiamento verso la Russia, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, pone però un elemento di attrito tra Budapest e Varsavia. Se nel suo primo governo tra il 1998 e il 2002 Orbán si mostrò fedele alla linea atlantista, in seguito se ne è distanziato cercando di mantenere rapporti distesi anche con Mosca e con altri grandi Paesi non appartenenti al campo occidentale. Si è rifiutato di mandare armamenti all’Ucraina e, recentemente, ha chiesto all’Unione Europa di porre termine alle sanzioni contro Mosca.
Accanto all’enfasi posta sulla riscoperta delle radici nazionali, i governi di Orbán si sono distinti per un forte contrasto all’immigrazione illegale che ha portato anche alla costruzione di una barriera protettiva ai confini con la Serbia e la Croazia. Nello stesso tempo, Budapest rifiuta le norme di ridistribuzione degli immigrati fra i vari stati dell’Unione Europea, danneggiando, in questo caso, un paese come l’Italia che è uno dei primi approdi dell’immigrazione.
Personalmente, nutriamo dei dubbi su alcune questioni della politica del capo del governo ungherese, in particolare sull’accentuazione dell’elemento cristiano che potrebbe creare un’atmosfera di "bigottismo" negativa per chi non vi si riconosce, in un Paese, poi, dove di confessioni ne esistono parecchie, essendo lo stesso Orbán, per esempio, di fede calvinista. Ciò non toglie che una valutazione onesta sia sufficiente per smontare il processo di mostrificazione a cui è sottoposto in Occidente e apprezzare i non pochi aspetti positivi del suo operato. Agli occhi dei suoi innumerevoli detrattori, il suo grande crimine è, come abbiamo detto di essere l’unico capo di governo europeo a non essere e non dirsi liberale. Ci vuole un bel coraggio nell’Europa attuale e gliene va reso pieno merito.
Roberto Zavaglia





Autore: Roberto Zavaglia
Foto: wikipedia
Rivista: Diorama 373
Fonte: http://www.diorama.it/?pg=articolo&id=diorama-letterario-373
Data pubblicazione: 7 giugno 2023

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